L’INSOSTENIBILE PERFEZIONE DEL VIRTUALE

“Andresti in un paradiso terrestre, tutto spesato, ma senza internet per un tot di tempo?” Questo tipo di domanda – o simile, scritta in un post o detta direttamente – è stata rivolta, in un modo o in un altro, ad ognuno di noi almeno una volta. Come se un paradiso terreste non fosse abbastanza per vivere sereni, come se l’unico difetto che possa mettere in crisi la beatitudine del luogo fosse la mancanza del mondo virtuale, anzi del nostro contatto con esso. Ad ogni modo, l’irripetibile offerta assicura un luogo paradisiaco per un tempo limitato ma fortunatamente, limita anche la tortura dell’assenza di internet per lo stesso tempo. Il divino dà ed il divino toglie, come si è soliti dire. Tutto questo ci fa capire quanto sia ormai necessario ed anzi, imprescindibile, internet dalle nostre vite. Certo molte persone lavorano esclusivamente con questo mezzo mentre per molti altri è un indispensabile strumento con cui farsi pubblicità; è ormai necessario per gli studenti, gli studiosi, è una delle maggiori rivoluzioni dell’essere umano; potremmo stare qui a scrivere pagine e pagine fitte di tutte le possibilità che questa potentissima rivoluzione ha generato e genera in ogni momento. Ed è proprio il fortissimo impatto e le potenzialità infinite che ci hanno così affascinati da non farci sentirne la pesantezza. Siamo stati accecati dallo squarcio di luce abbagliante, ma l’onda d’urto ha colpito solo dopo e colpisce ancora. L’arsenale del virtuale come i filtri, la possibilità e la scelta accurata di cosa mostrare, l’uso di aforismi a caso sulla millesima foto scattata e scelta minuziosamente dal mucchio – perché basta ormai essere etichettati come superficialiǃ il vero pacchetto completo è il fisico atletico, il carattere eccentrico e misterioso, il cervello sapiente e una vasta cultura –  questo arsenale ecco, rende così perfetta la vita che mostriamo che inganna anche noi stessi. L’essere umano è un essere sociale anche perché è l’altro che ci restituisce la nostra immagine; è a partire dall’altro che vediamo similitudini e differenze, che formiamo un’immagine di noi stessi ed è dalla società che siamo scanditi. Lo sguardo dell’altro ci restituisce forse più di quanto vogliamo mostrare e se l’altro si abitua a qualcosa di perfetto, come potrà mai reagire di fronte all’imperfezione? Come potremmo mai sopportare lo sguardo di chi ha individuato la crepa nella liscia e suadente porcellana? Come si può reggere il confronto con l’ideale di sé stessi?

L’ideale di sé è sempre stato un punto fondamentale nella crescita umana; Freud ne parla a più riprese nei suoi scritti, chiamandolo Ideale dell’Io e definendolo come il modello irraggiungibile a cui ogni persona vuole aderire ma proprio perché è ideale è irraggiungibile; quando la maturità psichica permette di accettare l’irraggiungibilità di questo ideale farà in modo di tendervi come obiettivo per una panoramica maggiore (http://www.treccani.it/enciclopedia/narcisismo_%28Dizionario-di-Medicina%29/#:~:text=L’ideale%20dell’Io%20%C3%A8,si%20tratta%20di%20un%20ideale.&text=Sigmund%20Freud%20introduce%20l’espressione,perfezione%20narcisistica%20della%20prima%20infanzia.). Fin quando tutto ciò avviene nella mente è si un processo lungo e tortuoso, spesso complicato, ma è intimo. Appartiene a sé. Ma quando tutto ciò viene estrapolato, acerbo, e gettato dinanzi allo sguardo dell’altro, sguardo spesso feroce perché ormai abituato ad uno standard di illusoria perfezione e non più di umanità, questo delicato processo quanto può danneggiarsi? Quanto deve essere difficile competere continuamente con i modelli a cui aspiriamo ma soprattutto, “con quello che potremmo essere se”? La tortura sta proprio in questo: l’idea di dover sfruttare ogni possibilità al massimo, ogni qualità allo stremo e mai e dico mai, accettare un difetto come tale. Senza parlare del senso di ingiustizia percepito a causa delle diverse possibilità.

La perfezione tanto bramata, quella che viene mostrata ma che non possiamo ritrovare allo specchio, crea un divario così grande tra il mostrato ed il percepito, tra il guardato ed il sentito che non può non creare fratture profonde nel Sé. La verità è che la perfezione è tale perché ha in sé tutto ed il contrario di tutto; è una complessità impossibile da sostenere, inarrivabile. È per questo che dall’alba dei tempi abbiamo dato questo fardello ad divino: i nostri antenati avevano capito che per vivere bene dovevano concedersi di sbagliare. E goderne pure.

Stefania Carbone

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