LA CONTAMINAZIONE DELLE FAKE NEWS

Quando chiunque può fornire un’informazione scevra da verifica, quando il buon senso viene a mancare, perché non c’è più la possibilità di giudicare un’informazione con equilibrio e  ragionevolezza, quando una qualsiasi notizia falsa può raggiungere istantaneamente e nel tempo quasi ogni luogo, creando danni; quando quindi i confini di spazio, tempo e realtà sono caduti o addirittura violati … come la chiamiamo: informazione o disinformazione? In molte circostanze l’assenza dei pilastri spazio-temporali unita all’incapacità di riconoscere il reale dall’irreale, è stata chiamata follia. Ma la follia è tale se vi è un’alienazione, non un’assenza di significati. In ogni follia c’è significato, ci sono delle regole e delle idee a cui riferirsi per dare significato al mondo. Ed anche nella follia informatica (potremmo chiamare così il contraccolpo dell’avvento della straordinaria invenzione del web, sempre più al centro delle discussioni ormai) delle regole ci sono anche se non sono subito visibili, proprio come in ogni follia. Ciò che appare irrazionale è solo sconosciuto e forse molto fitto, ma non slegato dalla realtà né da principi – diversi magari, ma pur sempre rintracciabili (https://www.treccani.it/enciclopedia/follia_%28Dizionario-di-Medicina%29/#:~:text=follia%20Termine%20utilizzato%20comunemente%20per,d’amore%2C%20ecc). L’avvento della rivoluzione informatica ha portato con sé molte conseguenze. Nonostante i vantaggi di questa strabiliante nuova forma di comunicazione ed informazione siano indubbi, è anche vero che stiamo iniziando sempre più ad esperire anche le conseguenze di una tale rivoluzione. Ma a tutto ciò si aggiunge un’altra importante questione: la velocità di cambiamento. Si perché mentre oggi facciamo i conti con il rinculo di tutto ciò che ha cambiato la nostra quotidianità, questa rivoluzione pare inarrestabile e muta ad una velocità insostenibile per essere compresa appieno in tempi rapidi. Per questa ragione, la distanza tra vantaggi e svantaggi si allunga sempre più, soprattutto perché l’immediatezza del vantaggio annebbia la visione degli svantaggi. E perché gli svantaggi a lungo termine, data la complessità e l’assoluta novità della situazione che stiamo vivendo, non sono semplici da individuare né facilmente prevedibili. Il docufilm Netflix “The Social Dilemma” ha suscitato questo articolo, che tuttavia non esaurisce la questione. Molte sono le tematiche affrontate dato che l’uso massivo dei social ha portato a conseguenze molto fitte, varie e ramificate. Una di queste è la divulgazione delle Fake Newsovvero delle notizie false. Ciò che prima poteva essere un pettegolezzo infondato o un’idea erronea di qualcosa detta tra amici, oggi può essere scritta e viaggiare istantaneamente attraverso i vari Paesi. Ed il fatto che sia pubblicata su una piattaforma, crea un bias psicologico, per cui gli si dà credito. Metterla in discussione e sollevare un dubbio sulla sua veridicità sono atti più ragionati, meno istantanei e quindi più faticosi. E non è sempre semplice fare questa operazione, dato che siamo letteralmente bombardati e oberati da notizie costantemente. Ed allora spesso si dà per scontato che siano vere, soprattutto perché gli algoritmi dei social funzionano in tal senso. Per far aumentare sempre più il lasso di tempo in cui prestiamo attenzione a ciò che viene pubblicato, queste piattaforme promuovono contenuti in linea con ricerche e preferenze di ognuno di noi. Ed ecco che una fake news che rafforza magari una nostra idea, diviene più difficile da mettere in discussione. Infondo, se abbiamo già un’idea e questa viene confermata da una notizia, non è molto più semplice cementarla anziché cercare di falsificarla?

Tutto questo però provoca l’emarginazione del dubbio, non più visto come possibilità di crescita e conoscenza, ma come miccia del caos. Mettere in dubbio ogni notizia, soprattutto quelle che confermano la nostra realtà, ci proietta in un caos di conoscenza. E l’essere umano scappa dal caos di significati, perché solo dando senso al mondo può sopravvivere. Anche se questo senso dovesse essere folle. Ed eccoci al punto di partenza. Proprio come i bambini, costruiamo la realtà un pezzo per volta, senza sapere però quale mattone sarà fallace e quale vero. C’è inoltre un’ altra questione affine di cui parlare: l’estremizzazione delle idee. Un’idea che venga sempre e solo confermata (da fake news, gruppi di persone, foto, video e altro) ramifica, cementa e sarà sempre meno messa in discussione ma anzi, sarà substantia d’altro, a sua volta ancor più estremo e consolidato. In un tale clima, sembra essersi perso lo strumento per eccellenza dell’essere umano: il dialogo; quello trasformativo, quello a più interlocutori: il mutatis mutandis a favore dell’arroccamento delle posizioni e della difesa estrema delle proprie idee, anche di fronte all’evidenza. E poi si sa, parlare in un video da soli per molti minuti e poi ricevere una risposta nella stessa modalità è un po’ come parlare da soli: lo si fa per rispondere più che per capire. Tutto questo mi fa pensare a quanto abbiamo temuto un mondo orwelliano (https://www.amazon.it/1984-George-Orwell/dp/8804668237/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=1984+orwell&qid=1601820356&sr=8-2), senza renderci conto che il futuro distopico che stiamo vivendo è quello di Huxley (https://www.amazon.it/mondo-nuovo-Ritorno-nuovo/dp/8804670525/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=il+mondo+nuovo&qid=1601820247&sr=8-1), il quale scrive “questo tipo di propaganda si basa su principi assai semplici. Si trova qualche desiderio diffuso, una qualche paura o ansia inconscia e comune; si escogita un modo di mettere in rapporto il desiderio o il timore con il prodotto da vendere; quindi si costituisce un ponte di simboli verbali o visivi su cui il cliente passi dal fatto al sogno appagatore, e dal sogno all’illusione che il prodotto, una volta acquistato, faccia avverare il sogno. […] quasi tutti i cosmetici sono fatti di lanolina […] i fabbricanti di cosmetici – ha scritto uno di costoro – non vendono lanolina ma vendono speranze”. Tuttavia, come intuitivamente viene detto nel docufilm sopra citato “se il prodotto non lo paghi, significa che il prodotto sei tu”.

Stefania Carbone

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